Attualità

 

C. Giron-Panel/ A.-M. Goulet (ed.), La musique à Rome au XVIIe siècle : études et perspectives de recherche, Roma 2012.

Il mercato della musica tra quotidiano e consuetudine nella Venezia del Sei- Settecento: Musicisti veneti e stranieri al lavoro

24.06.2010, 11:00 - 13:00 ore  | DHI
David Bryant (Venezia, I)

La caratterizzazione della vita musicale veneziana sei-settecentesca e la trattazione di alcuni passaggi in città di illustri musicisti servono da pretesto per una discussione di carattere metodologico e storiografico: come interpretare il ruolo delle istituzioni e dei singoli, la genesi e gli utilizzi dei repertori musicali, a Venezia come nelle altre città della penisola. Temi principali: il peso del consumo quotidiano di musica, il peso della consuetudine, il significato delle novità, la funzionalità dei repertori musicali, il peso del concetto di ‘bellezza estetica’ in una storiografia musicale basata sull’insieme del ‘realmente accaduto’.

 


 

Bibliografia

Ellen Rosand

Opera in Seventeenth-century Venice: the Creation of a Genre

Berkeley, University of California Press, 1991.

Elena Quaranta

Oltre San Marco. Organizzazione e prassi della musica nelle chiese di Venezia nel Rinascimento

Firenze, Olschki, 1998 (Studi di musica veneta, 26).

Jonathan Glixon

Honoring God and the City: Music at the Venetian Confraternities 1260-1807

Oxford, Oxford University Press, 2003.

David Bryant ed Elena Quaranta (a cura di)
Produzione, circolazione e consumo. Consuetudine e quotidianità della polifonia sacra nelle chiese monastiche e parrocchiali dal tardo Medioevo alla fine degli Antichi Regimi
Bologna, Il Mulino, 2006 («Quaderni di Musica e storia», 5).

Beth L. Glixon - Jonathan E. Glixon

Inventing the business of opera: the impresario and his world in seventeenth-century Venice

Oxford, Oxford University Press, 2006.

David Bryant

La consuetudine della musica nel teatro in prosa: saggi goldoniani e di ricezione goldoniana nell’Otto-Novecento

in Parola, musica, scena, lettura. Percorsi nel teatro di Carlo Goldoni e Carlo Gozzi, Venezia, Marsilio, 2009, pp. 309-321.

 

 

 



Resoconto

Nella sua conferenza David Bryant esponeva l’impatto della vita commerciale e quotidiana veneziana sulla presenza dei musicisti stranieri nella Repubblica di Venezia. Come ci dimostrano i casi di Händel e di Scarlatti, i soggiorni dei musicisti stranieri in questa città tra il 1650 e il 1750 sono poco documentati. Da un lato, dal 1650 circa, i musicisti non erano più obbligati di venire a Venezia per pubblicare le loro opere perché la tecnica della stampa musicale si era distribuita in tutta l’Europa. Dall’altro lato i musicisti stranieri avevano difficoltà di introdursi nel mercato musicale veneziano dell’epoca che era ben ripartito tra i musicisti di Venezia. Per esempio, i cantanti di San Marco erano organizzati in una corporazione che stipulava la ripartizione delle musiche extra, le persone che avevano il diritto di trattare il salario e la qualità della musica da eseguire in relazione con la remunerazione. Anche al di là dalla creazione di un tale proprio sistema economico, la vita musicale dipendeva molto delle strutture dello stato mercantile che era la repubblica di Venezia. Invece di far avanzare la concorrenza tra cardinali e rappresentanti di diverse nazioni attraverso il mecenatismo musicale com’era il caso a Roma, l’aristocrazia veneziana aspirava a un equilibrio finanziario per proteggere i membri interni e che favoriva una vita corporativa sublimata nella collettività.


Queste strutture commerciali molto chiuse avvantaggiavano una vita musicale basata sulla conservazione della tradizione e sull’inerzia nel quotidiano. Sia dal lato commerciale (una stampa musicale concentrata sulla massima vendita), sia da quello sociale (la trasmissione del mestiere ai famigliari) e artistico (contesti performativi determinanti che non vanno cambiati), il contesto culturale della vita musicale veneziana cambiava poco, anche nella “longue durée”, come ci dimostra per esempio la trascrizione del libro del cerimoniale della Cappella di San Marco del 1570 intorno al 1800 o la ripresa di tanti brani di musica antica “all’uso fino alla fine della repubblica”. Al contrario di Napoli dove i prezzi cambiavano molto durante i secoli, a Venezia, le feste avevano lo stesso prezzo durante degli anni successivi e ci s’impiegavano gli stessi cantanti con impieghi stabili a Venezia. Per quello non c’era tanto spazio per l’innovazione, neanche per quella straniera, nella vita musicale veneziana. Ciò che contava era un impiego stabile nel sistema economico che richiedeva anche delle qualifiche musicali speciali come per esempio l’obbligo del ballo nella tradizione goldoniana.


In quanto al paragone tra Venezia, Roma e Napoli bisognerebbe approfondire lo studio del rapporto tra produzione musicale e il sistema di consumo di queste tre città. Su questo fondo emergeranno le eccezioni come il suono molto diverso della cappella San Marco in relazione con altre istituzioni in altre città o come la distribuzione della musica napoletana a causa del suo mercato musicale locale molto saturato.

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